posa lunghe dita eleganti su un tavolo grezzo, una scrivania anonima, ignorante, banale.
lento, osserva le sue dita come fossero animali fuggiti alla cattività. poi, distratto, si aggiusta gli occhiali, per osservarmi meglio, con uno sguardo dolce e disperato. lo sguardo di un bambino e di un criminale.
le mie dita, poco curate, veloci, afferrano i miei strumenti, trasformano un foglio in un sentiero di parole, dalla penna fanno scivolare sulla carta le vibrazioni che risuonano nella stanza.
le sue dita ferite e consumate dalle corde di una chitarra, il suo corpo ferito da una paura primitiva.
scrivo, scrivo, annoto, annuisco. colano parole emozionanti sulla mia carta, si raccolgono una sopra l’altra, poi insieme esplodono nell’anticamera dei miei pensieri.
c’è una chitarra stretta tra due mani indurite e mature, una cetra di legno antico. fernando tende le corde, e si abbraccia con lei.
si fermano le mie parole, i miei geroglifici blu su un orizzonte di quadretti. le prime note, timide ma fiere, si affacciano fuori dal guscio di legno. c’e’ spazio, nella stanza, e iniziano a danzare.
lo avvolgono, le note, alcune rientrano tra le sue dita, per trasformarsi in nuove armonie.
alcune si avvicinano alla mia penna, scrutano il mio linguaggio straniero. il mio codice di sintomi e sostanze, il mio alfabeto morse delle fragilità umane.
fernando mi regala il suo jazz, il suo sangue dannato.
io gli ricetto il metadone.
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siedo ad un cafè, la sera. c’è gente, che chiacchera e si incontra. gente che ride, che ascolta.
io sto seduta, un pò in disparte. sorrido ad una nota che vibra nell’aria, e mi sembra di aver già conosciuto.