Pubblicato da: clementinaolga | 1 dicembre 2008

wheelchair accessible

visto che massi dice di farlo, io lo faccio.

anche se massi poi potrebbe lasciarmi in pace e stare più concentrato a schivare orride bestiacce e germi assatanati in mezzo a cui si è ifilato. già, visto che si ostina a immortalare il mondo dal lato B. che poi è il vero lato tridimensionale della vita.

comunque.

allora vado. mi infilo nei panni altrui.

la mia città è in Italia. l’Italia è in Europa.

la mia città è grande, lunga, anzi. ma nemmeno infinita. cioè, se vai e vai, alla fine l’hai percorsa tutta, da est a ovest.

la mia città è bella. è antica, dannatamente in salita e discesa.

la mia città certi giorni d’inverno spruzza la neve con il mare che si rompe sugli scogli. da voltri a nervi, anche più in là, da arenzano a camogli.

la gente a volte è tagliente, scontrosa, forse perchè il vento ha reso più spesse le loro scorze. ma io lo so, tutta apparenza. perchè poi viene fuori il cuore tenero, come il ripieno dei grisbì.

ho posato la mia macchina. l’ho lasciata a riparare. ora sono dall’altra parte di una stricia di case e strade rispetto al quadratino di cemento che corrisponde a casa mia.

bell’avventura.

sì, perchè invece delle gambe a propulsione muscolare, io uso due ruote in lega leggera e pneumatici in mescola speciale.

e non sono un fottuto radical chic, giuro.

alla fermata del bus ci sono alcune donne, alcune chiaccherano, ogni tanto mi guardano. mi sembrano spaventate. forse un po’ seccate, preoccupate.

ci sono anche due signori, meglio due vecchietti. uno porta occhiali tipo quelli di derrick e una riminiscenza di eskimo, rarità da periferia. l’altro spieghetta la gazzetta tra le mani. ma lo vedo che mi guarda, anche lui, come fossi una maschera da delinquente.

eppure c’e’ scritto “linea accessibile”. controllo un paio di volte, perchè sono pure un pò miope, non vorrei aver sbagliato e rimanerci male. d’altronde sono io più incredulo dei miei compagni di fermata. in alcuni anni che rotolo per le vie genovesi è la prima volta che mi fermo ad una fermata ad aspettare davvero l’autobus. di solito aspetto qualcuno. che di solito ha le sembianze della mia morosa ritardataria e perdipiù incazzosa.

arriva davvero. il 3, filobus.

mentre l’autista schiacciando pulsanti ancora avvolti dal cellophane fa secernere al vermone urbano una splendida passerella fatta apposta per me, il signore della gazzetta chiama dal telefonino la moglie, belin chissenefrega se paga lui, ma questa la deve raccontare. le signore si sono accomodate ai posti, scegliendo quelli con vista “posto per disabili”, manco fossimo a teatro. un’anziana, avvinghiata al tientibene con una mano e nell’altra rinserra la borsa. le viene da piangere, ma fiera, si trattiene.

io sono sull’autobus. che parte, mi porta verso il centro.

è bello come la prima volta.

anzi, qui, nella mia città, è proprio la prima volta.

anche io mi commuovo, mentre mi sfilano sotto al naso i negozi, una periferia sconosciuta e improvvisamente familiare, gradevole.

ripasso nella testa le fermate, più mi avvicino alla mia meta più mi sento forte. voglio esagerare, voglio stafare.

voglio prendere anche il metro.

studio i pulsanti di cui dispongo. li schiaccio tutti. vorrei solo prenotare la fermata. ma non posso resistere.

col tasto rosso, stop. quello giallo sono in difficoltà. quello nonsochecoloreera più grosso chiedo aiuto. quello verde tutto bene.

pensa se tutti quelli sul 3 mandassero messaggi morse all’autista sul loro stato di salute nel tragitto…capo, ho la schiena a pezzi. autista, fa freddo. ehi, oggi sto da dio, belin, che scopata! drin, oggi mi sento davvero giù, drin drin, non ho chiuso occhio…

bè, devono aver prevenuto un simile pioggia di notizie. i “miei” tasti sono disattivati. urlo. la nonnina si avvinghia sempre più salda. chissà che nella mia testa qualcosa non funzioni storto come nelle mie gambe.

urlo.

il filobus si ferma. l’autista è nervoso. vuole ripetere la prodezza di prima, ma suda e non è lucido.

i miei compagni di viaggio stanno già organizzando come scricarmi sull’esempio delle casse di bianchetti al mercato del pesce.

io puzzo di meno, detto tra noi.

un sibilo. poi il silenzio e il buio. il bus si è spento, spento del tutto.

brusii in cabina, fantasie di dovermi eiettare dai finestrini di emergenza.

poi come in ogni fiaba che si rispetti, d’improvviso fiat lux, il bus sovraeccitato accende tutte le luci, lampeggiano le frecce, soffia l’aria condizionata, spudorata si sbatte sul marcapiede la mia amata pedana.

mi giro, saluto i comagni di viaggio, faccio un cenno da compagno all’autista. e mi avvio disinvolto.

ho sbagliato fermata, nell’emozione, ma stasera non importa. affanculo velleità di metro. siamo realisti, un eroismo al giorno è una dose adeguata, a sentire la FDA.

esco dall’autobus.

e stasera sono arrivato in una città nuova.

meno città vecchia, meno de andrè, meno salite e discese, non più mugugni e il corriere mercantile, non le chiese nascoste nelle piazzette che da troppi anni guardo solo da sotto i gradini. non focaccia e cappuccio, non l’unico ascensore che se ingrasso 1/2 etto sono fregato per arrivare al lavoro.

ma il mare, lo stesso, i chiringuitos, le strade che posso percorrere e il bus 3, 11, 64, 57, 120…tutti…e spazi di cemento e pensiero dove rotolare come tutti. come la mia morosa, anzi, più puntuale di lei.

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Responses

  1. Da tantissimo che non venivo sul blog…e stasera per caso, dico, vediamo com’è…e mi trovo questa storia, ricordo la sera del racconto.
    Mi piace. In qualche modo, il finale è la cosa meno genovese di tutte, a Genova, sono sicuro, sarebbe finita diversamente.
    Un abbraccio ai viaggiatori.

  2. questa è davvero bellissima
    mi commuovo quasi come la vecchietta dell’autobus!!

  3. Leggo queste parole, mi emoziono.
    Cerco parole per rispondere non ne trovo.
    Intorno a me tanta gente lavora e parla, parole diverse che fatico a comprendere.
    Esco, è già buio, tutto qui avviene più tardi.
    Esco e roltolo verso casa, la sera è tutto in discesa, supero frettolosi bipedi e schivo bambini in monopattino.
    Penso a te, penso a voi penso anche a Genova.
    Ti abbraccio, vi abbraccio e vi aspetto tutti in questo nouvo posto!

  4. Ciao Morosa!
    Finalmente l’hai fatto, e io l’ho scoperto in ritardo, ma bello, proprio bello, depurato di tutta la giusta indignazione che il racconto dalla viva voce portava con sè. Unica alternativa: l’emigrazione, e Genova rimane a guardare.


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